ITINERARIO: LA SICILIA DEI SIKANI
Questo itinerario è molto interessante sia dal punto di vista archeologico, sia da quello culturale.
Secondo
quanto riporta lo storico Tucidide, la Sicilia orientale era popolata
dai siculi, il centro dai sicani e l'occidente dagli elimi, essendo non
indoeuropei questi ultimi due e sicuramente indoeuropei i primi. Questo
itinerari parte da Noto antica e dal Borgo del Castelluccio e ci porta
fino a Pantalica e alla Valle dell'Anapo.
Noto
Antica e il Borgo del Castelluccio sono i siti "avi" del nostro
"giardino di pietra". Infatti Noto Antica è l'insediamento della
cittadina Netum precedente al terribile terremoto del 1693; mentre il
Borgo del Castelluccio è il primitivo punto di partenza della civiltà
omonima.
Partendo
da Noto, dove si possono ammirare le più suggestive esperienze del
tardo-barocco siciliano, si può facilmente raggiungere Testa
dell'Acqua, una frazione del paese in provincia di Siracusa. In
prossimità di questo sito, sulla S. P. Noto-Testa dell'Acqua si
incontra il bivio per Castelluccio , il territorio di
un ex feudo presso cui sorge l'importantissimo sito archeologico
dell'omonimo villaggio preistorico del primo periodo siculo (XIX-XV
sec.) cui è annessa la grande necropoli di Cava della Signora .
L'antico insediamento sorge su di un poggio isolato, naturalmente
fortificato e da cui si domina uno degli scenari più affascinanti degli
Iblei, caratterizzato dalla fitta trama dei muretti a secco a
circoscrivere i verdi pascoli interrotti da ulivi e carrubi.
L'importanza del villaggio è tale che da esso prende il nome una facies
culturale, quella della "civiltà di Castelluccio", per l'appunto, di
cui testimonianze importantissime sono conservate presso il Museo
Archeologico "Paolo Orsi" di Siracusa. E fu proprio Paolo Orsi che
localizzò e iniziò gli scavi nell'area che portarono alla luce
materiale la cui fabbricazione diede inizio, secondo la storiografia
ufficiale, all'età del bronzo siciliana. Le caratteristiche di tali
rinvenimenti esulano da questa trattazione, ma per maggiori ragguagli
si può consultare il testo di Sebastiano Tusa " La Sicilia nella
preistoria", edito da Sellerio editore Palermo nel 1983, e/o visitare
il Museo Archeologico Regionale "Paolo Orsi" di Siracusa, presso cui,
oltre ad avere ulteriori informazioni sul villaggio, si possono
osservare pezzi di grande interesse storico-culturale, tra cui
suppellettili, vasellame, monili in bronzo, attrezzi da lavoro e da
caccia, corredi funerari e i grossi lastroni incisi con motivi a
spilare e figure stilizzate con cui venivano rinchiuse le tombe a
grotticelle artificiali scavate nella necropoli adiacente.
L'insediamento mostra un'organizzazione coerente, come è facile
osservare dai basamenti per le capanne ancora evidenti, e ospitava
attività artigianali per il periodo prospere (testimoniate dagli
abbondanti ritrovamenti), cui corrispondevano importanti attività
commerciali, e attività agro-pastorali piuttosto sviluppate. In
continuità con il villaggio vi è, quindi, come già detto, la Cava della
Signora, dove le presenze di antichi insediamenti umani si coniugano
con lo spettacolo offerto dalla splendida natura delle cave iblee, con
la sua eccezionale varietà floro-faunistica. Vi si ritrovano le
variopinte orchidee, il timo, l'asfodelo (il fiore dell'Oltretomba
secondo gli antichi), rosa canina, carrubi, ulivi selvatici, edera,
ecc., e, tra gli esemplari più caratteristici della fauna locale, oltre
a conigli e volpi, numerose specie di uccelli e rettili, come il raro
colubro leopardino dalla bella livrea. Tra le strutture funerarie nei
pressi del villaggio spicca una monumentale sepoltura sul cui prospetto
sono ricavate dalla roccia in posto tre colonne di cui una crollata. La
necropoli consta di circa duecento sepolture costituite da tombe a
grotticella entro le quali gli antichi abitanti del sito deponevano i
corpi dei defunti insieme a ricchi corredi funerari e oggetti in
ceramica richiudendole con ampi lastroni.
Nei
pressi del villaggio si trovano interessanti insediamenti,
testimonianza del vasto movimento monastico basiliano che interessò
l'isola di Sicilia nel primo Medioevo. Tra questi, l' Oratorio bizantino e la Grotta dei Santi , all'interno delle quali vi sono, pur se sbiaditi dal tempo e dall'incuria, decorazioni pittoriche ed iconografie bizantine.
Non lontano anche il piccolo borgo del Castelluccio ,
che si è sviluppata intorno alla vecchia masseria e ad una vecchia
chiesa padronale che apparteneva al vecchi signori del feudo omonimo.
Poco distante anche i ruderi di un castello che dominava e proteggeva
tutta l'area, costruito nel XIV sec. da Giovanni Landolina. Tutta la
zona è comunque particolarmente ricca di testimonianze
storico-archeologiche meritevoli di attenzione (i ruderi di Noto Antica , con la Chiesa del Carmine, il Collegio dei Gesuiti, Palazzo Belludia, il Convento dei Cappuccini; l' Eremo di Santa Maria del XVIII sec., eretto a ricordo del sisma che rase al suolo Noto nel 1693; l'insediamento protostorico del Finocchito ,
databile tra il IX e il VII sec. a. C.; numerose grotte e cave
punteggiate dai resti di antiche necropoli, ecc.), di interessanti siti
di interesse naturalistico, come i corsi del fiume Tellaro e del Manghisi ,
e di suggestivi scorci di paesaggi rurali dove non è difficile trovare
ottime trattorie ed aziende agrituristiche presso cui gustare le ottime
specialità locali.
Dal Borgo del
Castelluccio si passa a visitare Noto Antica . Il primo insediamento
umano si fa risalire alla cultura castellucciana, ossia all'Età del
Bronzo Antico (XVIII - XV sec. a.C.). Dalla stradina, prima di arrivare
al piccolo ponte sul torrente Salitello, si può ammirare la necropoli
sicula appartenente, secondo il Bernabò Brea, al quarto periodo (730 -
650 a .C.), chiamato del Finocchito, caratterizzato da tombe scavate
nella roccia a cameretta e con cuscino lapideo per un rito che
prevedeva la deposizione di un corpo per singola tomba o al massimo di
tre corpi. Sempre lungo il banco roccioso di destra, prima di arrivare
alla porta della Montagna, si possono visitare la Grotta del Carciofo,
catacomba ebraica che riporta il candelabro a sette bracci, e l'ampia
Grotta dalle Cento Bocche, catacomba bizantina. Varcata la Porta
d'entrata dell'antica Noto, a sinistra si apre un grande ambiente
incorporato dalle mura, che era la Sala d'Armi
con
le scuderie, a destra si eleva il Castello con la Torre Maestra voluta
nel 1431 dal Duca di Noto Don Pietro d'Aragona, feudatario della Città
e fratello del Re Alfonso V il Magnanimo. Sotto il castello si può
visitare una catacomba cristiano-bizantina con arcosoli, scavata nella
roccia (VI – VII secolo); subito dopo, sempre a destra, si trova una
tomba greco-classica, scavata sotto il Castello. Al culmine della
salita si può ammirare la Valle del Carosello, dove nasce l'Asinaro, e
sotto la montagna vi sono le Concerie delle pelli scavate dagli Arabi.
Lungo la strada, a sinistra si apre il sito dell'Ospedale di S.
Martino, più conosciuto come Ospedale di S. Maria di Loreto, collegato
ad una struttura scavata nella roccia, forse un Oratorio. Procedendo
ancora nel nostro viaggio dentro la Noto Antica , si arriva al palazzo
dei baroni di Belludia con i suoi vari ambienti, sulla destra, mentre a
sinistra, di fronte si scorgono i pilastri della Chiesa gesuitica con i
ruderi del Collegio, voluto dal barone di Buxello Don Carlo Giavanti,
filantropo.
E' una bella passeggiata
quella che ci conduce alla Piazza Maggiore, il cuore della città nel
Cinquecento, sito abbellito da artistiche fontane, e in particolare da
quella con la statua del Laocoonte, opera pregevole dell'architetto
netino Don Giovanni Manuella, disegnatore dell'Arca argentea di S.
Corrado. A destra si trova un altarino con edicola realizzato a ricordo
dell'Antica Città. Dalla Piazza Maggiore si gira a sinistra ed in
seguito sempre a sinistra, percorrendo circa 270 metri , si arriva al
Ginnasio ellenistico-jeroniano (III sec. a.C.), dove i giovani netini
si esercitavano nelle attività ginniche: la struttura era stata, in
parte, scavata nella roccia e in parte completata in muratura.
L'architrave del Ginnasio riportava la dedica al re siracusano Ierone
II e fu rinvenuta e censita dallo studioso tedesco Georg Kaibel,
epigrafista, fu asportata nel 1894 a cura del Comune di Noto, ed è
esposta nel Museo Civico. Il visitatore, sulla sua destra in basso,
troverà le ultime assise delle mura megalitiche ellenistiche, portate
alla luce dall'archeologo netino Vincenzo La Rosa , nel 1972. Nell'area
sud-orientale del monte, negli Orti del Carmine, si possono visitare
due grandi ambienti scavati nella roccia nel III sec. a.C. ed
utilizzati come Heroa, un culto orientale degli eroi domestici, e
rilevabile nelle nicchie scavate nella roccia ad edicole e coperte con
le “pirakes”, tavolette votive, in marmo scolpito o in legno dipinto,
studiate dal prof. Gioacchino Santocono Russo. Ritornando nella Piazza
Maggiore, si prosegue diritto fino all'Eremo di S. Maria della
Provvidenza (1723), dal quale si può ammirare la Valle del Durbo o dei
Platani. La chiesa è piccola, graziosa e a navata unica.
Continuando l'itineraro si arriva a Pantalica e allla Valle dell'Anapo.
Pantalica
è un insieme di nicchie funerarie e grotte abitative utilizzate dalle
prime popolazioni residenti in Sicilia, i Sicani. Queste sono risalenti
al XIII-VIII sec. a.C. e dimostrano quanto fossero organizzate
socialmente e politicamente le popolazioni locali. Infatti la posizione
geografica, la forma gerarchica che contraddistingue le nicchie e
l'organizzazione quotidiana degli ambienti rupestri ne fanno una
testimonianza unica nel suo genere. La Valle dell'Anapo è il canyon
sottostante questo agglomerato, di suggestiva bellezza, nasconde al suo
interno fauna e flora tipicamente siciliani. Ma andiamo a vederle da
vicino.
Pantalica, preziosa gemma
incastonata nei monti Iblei, questa fu uno dei primi centri abitati
della Sicilia Orientale, sede, dal 1250 al 700 a .C. ,
di un prospero, sebbene non numeroso popolo, organizzato molto
probabilmente secondo una struttura politica retta da un monarca.
L'attuale nome di Pantalica deriva quasi sicuramente dall'arabo Buntarigah , che significa grotte .
Nel 1500 Tommaso Fazello identificò Pantalica con la mitica Erbesso ed alcuni studiosi ancora oggi credono di riconoscere nell'antico nucleo l' Hybla
dei siculi.Tuttavia le origini di Pantalica, al di là di - sebbene
fondate - supposizioni, rimangono avvolte in un fitto velo di mistero.
La conquista dei greci, infatti, distrusse quella società complessa,
inglobando e mutando gli usi e le tradizioni dei siculi che la
formavano. Le circa cinquemila tombe , immensa necropoli della civiltà
preistorica, sono la testimonianza di un popolo la cui esistenza per
alcuni versi possiamo solo immaginare. Fu l'archeologo Paolo Orsi a
condurre, tra la fine del secolo scorso e gli inizi del '900, le
campagne di scavi nella necropoli e i suoi studi furono continuati ed
ampliati, più di cinquant'anni dopo, da un altro archeologo, L. Bernabò
Brea, che si impegnò alacremente per svelare i segreti di Pantalica. In
seguito alla persecuzione romana, alcuni gruppi di cristiani si
stanziarono nella zona. Fra essi fu S. Sofia che, prima di subire il
martirio, convertì al Cristianesimo i pantalicoti: nel 1538 fu
proclamata da Paolo III patrona del paese di Sortino. Nella zona sono
presenti anche importanti tracce della dominazione bizantina che a
Pantalica si insediò con una legione militare. Con la fine della
dominazione araba terminò l'insediamento umano in questi luoghi.
Sita in prossimità del paese di Sortino
e raggiungibile anche da Ferla, da un punto di vista turistico
Pantalica dovrebbe porsi in un insieme di prototipi ideali aventi in
comune la caratteristica di essere nello stesso tempo semplici, in
quanto esempi di povera architettura funeraria rupestre , eppure
altamente spirituali, in quanto forme dinamicamente attive.
Inoltre il teatro naturale in cui la necropoli si innesta, accentua
notevolmente la suggestione e l'impressione del visitatore. Pantalica
infatti si inserisce in uno scenario di circa ottanta ettari delimitato
da due grandi cave, lungo le quali scorrono rispettivamente, a nord il
fiume Calcinara (o Bottiglieria) ed a sud il fiume Anapo : i due fiumi,
confluendo, danno origine ad est ad un unico corso d'acqua.
Dai versanti considerati risulta però particolarmente difficile
raggiungere la necropoli: è infatti dal versante occidentale che
agevolmente, attraverso uno stretto passaggio naturale, è possibile
accedervi.
L'asperità del territorio non deve però ingannare il turista, poichè la
sommità del massiccio di Pantalica presenta una fisionomia tutt'altro
che frastagliata. Tale pianoro, la cui massima altezza è di 424 metri ,
lungo circa 1200 e largo 600, quasi al centro, in una posizione
simbolicamente e logicamente privilegiata, accoglie il celebre
Anaktoron o palazzo del Principe. E' tuttavia presumibile che la vita
di Pantalica si svolgesse prevalentemente lungo i fianchi del
massiccio, laddove è possibile scorgere le testimonianze
dell'insediamento umano nei secoli: dai villaggi bizantini ai reperti
risalenti ad un'epoca ancora più ntica, che nella tomba a grotticella
trova l'esemplare più rappresentativo.
Importanti da visitare sono:
- la Grotta dei pipistrelli. L'enorme
buco nero a forma di piramide, nei pressi della Necropoli Nord, è la
più grande cavità naturale di Pantalica, alla quale si accede per mezzo
di una scalinata, le cui pietre sono in parte prelevate dal crollo di
un'antica torre e in parte ricavate dalla stessa roccia. La Grotta fu
destinata un tempo alla produzione di salnitri e alla raccolta di
concime di pipistrelli. La prima grande stanza è larga 18 metri , lunga
28 e alta circa 11. All'interno si apre una strettoia che forma una
specie di corridoio lungo 12 metri , dal suolo limaccioso e dalle
pareti piene di incrostazioni; oltrepassando questo corridoio si entra
in un'altra grande stanza, molto buia, lunga 68 metri e alta 30, dove
nidificano centinaia di pipistrelli da cui la Grotta ha avuto il nome :
"A Rutta e 'n Gaddariti".
- l'Anaktoron A
circa 300 metri dal Villaggio Bizantino della Cavetta, è possibile
riconoscere i resti di un grande palazzo che, date le imponenti
dimensioni, si ritiene essere appartenuto al sovrano di Pantalica.
Paolo Orsi ha infatti riconosciuto nell'edificio la dimora del principe
del luogo: l'Anax di Omero gli ha fornito l'occasione per definire tale
costruzione l'Anaktoron, cioè palazzo del principe.Per il tempo in cui
costruita (tra il XIII e il XI sec. a.C.),
- la Necropoli di Filiporto. La
Necropoli di Filiporto (850 - 730 a .C.) è lunga oltre 500 metri e si
trova al di fuori dell'altipiano, ad ovest della Fortificazione di
Filiporto. Essa comprende circa cinquecento sepolcri. La disposizione
delle tombe s adatta generalmente alla conformazione della roccia.
Avviene così che le grandi pareti a picco presentino diversi ordini di
celle. Quando invece la roccia è disposta a gradoni, i sepolcri si
allineano in lunghi filari. In quest'ultimo caso l'accesso alle tombe è
piuttosto agevole, poichè esse sono disposte lungo sentieri ricalcanti,
in qualche caso, vie preistoriche.
- il Villaggio della Cavetta .Sul
lato est dell'altipiano troviamo una zona caratterizzata dalla
contemporanea presenza di un villaggio bizantino e di un'altra
necropoli. Mentre la necropoli è da considerare monumento preistorico,
il villaggio, di età più recente (XI sec. d. C.) è monumento bizantino.
Il villaggio della Cavetta è composto da una settantina di abitazioni
disposte lungo i due versanti dell'avvallamento.
La foce dell' Anapo apriva l'antichissima via di penetrazione che, seguendo la via fluviale, raggiunge il notissimo sito di Pantalica , attraverso un'area che costituisce uno dei più esaltanti paesaggi della Sicilia sud-orientale.
La Valle dell'Anapo , formata dal fiume omonimo, si apre dal territorio di Palazzolo Acreide ed attraversa i comuni di Cassaro , Ferla e Sortino . Dichiarata in parte Riserva Naturale , offre al visitatore verde ed archeologia in un quadro suggestivo ed integro. La visita è possibile con i mezzi della Guardia Forestale .
Vi predomina una vegetazione a macchie arbustive e nel fondovalle sono presenti i platani orientali . L'avifauna, i mammiferi ed i rettili sono presenti con numerose varietà: il gufo reale , l' aquila del Bonelli , il nibbio reale , il merlo acquaiolo , la volpe , l' istrice , la martora , la donnola , la lepre , il colubro leopardino , il granchio di fiume .
Il
percorso naturalistico nell'area protetta (in procinto di diventare
riserva naturale) della valle dell'Anapo si snoda in uno straordinario
paesaggio di gole e pareti strapiombanti, seguendo il tracciato
dell'antica ferrovia Siracusa-Ragusa-Vizzini.
Si
può accedere alla valle dell'Anapo sia dal cancello Fusco (dalla
provinciale Floridia-Sortino, percorsi circa 12 km . prendere a
sinistra al bivio con cartello giallo Valle dell'Anapo, dopo 700 m
circa proseguire a sinistra - stradina rossa con barra di legno), sia
dal cancello di Cassaro (da Ferla seguire le indicazioni per Cassaro,
al 10 bivio prendere a sinistra fino al ponte sul fiume, in prossimità
del quale si trova ll cancello Ponte Diga - 4 km da Ferla).
L'ispettorato
Forestale mette a disposizione un servizio gratuito di pulmini navetta
che percorrono la valle per 4 km partendo dal cancello Fusco e per 9 km
partendo dal cancello di Cassaro e che si incontrano nel mezzo nel
percorso (L'intero tragitto copre quindi una distanza di 13 km ). Il
tratto dalla stazione di Pantalica al rifugio Case Specchi può essere
percorso su un carro trainato da due cavalli (massimo 14 persone, lit
2000).
Per
usufruire di quest'ultimo servizio si deve inviare richiesta scritta
(con 15 giorni di anticipo) all'ispettorato Dipartimentale delle
Foreste, via S. Giovanni alle Catacombe 7,Siracusa. Per informazioni:
0931/462452. Se si effettua l'escursione a piedi (decisamente
consigliabile), si raccomanda di munirsi di torce per il transito nelle
gallerie.
Se non si vuole percorrere tutta l'area protetta ( 13
km ), si consiglia il primo accesso che unisce all'interesse
naturalistico quello archeologico, in quanto vi si possono osservare le
necropoli della Cavetta (a destra subito dopo la prima galleria), la
necropoli Sud (da entrambi i lati dopo la seconda galleria) e quella di
Filiporto (dopo 4km nella parete destra). Da notare inoltre poco dopo
l'ingresso a destra (in corrispondenza del troncone di un ponte
crollato), i fori di sfiato dell'acquedotto Galermi, fatto costruire
dal tiranno Gelone per convogliare le acque del fiume fino a Siracusa e
tuttora utilizzato per scopi irrigui.
Il
fenomeno geologico delle "cave iblee", canyon che incidono
profondamente i rilievi, ha favorito la concentrazione di una grande
varietà di specie vegetali in un'area molto ristretta. Tra gli alberi
ad alto fusto che formano una fitta foresta ripale troviamo pioppi
bianchi e neri e salici associati ad arbusti di tamerici, oleandri ed
orchidee selvatiche, nonchè l'ortica rupestriso, un relitto glaciale.
Risalendo lungo i pendii si incontra la foresta mediterranea a querce,
lecci, sughere, che si alterna nelle zone più assolate ed aride ad una
macchia di salvia, timo, ferula, euforbia e ginestra spinosa. Una
citazione a parte merita il Platano Orientale, specie presente allo
stato spontaneo solo in aree molto ristrette dell'italia e purtroppo
minacciata da un fungo, agente patogeno del cancro colorato, la cui
diffusione sembra per il momento arginata grazie ad opportuni
interventi.
Anche dal punto di vista faunistico la valle dell'Anapo presenta una
grande varietà di specie: volpi, martore, istrici, lepri, ricci, tra
gli anfibi il discoglosso e tra gli uccelli merli acquaioli,
saltimpali, martin pescatori, coturnici e una coppia di falchi
pellegrini. Un itinerario da non perdere!
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Parte dei testi è stata
tratta da "PANTALICA", guida completa per conoscere la Necropoli
di Carmelo Aresco e Enzo Sanzaro